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SCRITTURA CONDIVISA


2 settembre 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. XI ] Anima danzante

Passò la serata a scrivere, cancellare e riscriverlo quel maledetto essemmesse: troppo duro, troppo poco, comprensivo, speranzoso, implorante a tratti…
Il fatto è che Rino, su quel display stava facendo danzare la sua anima, scoprendone meandri che manco sapeva esistessero prima.
Un dolore che non aveva nulla di fisico, un’ansia che montava minuto dopo minuto, ora dopo ora, ipotesi dopo ipotesi: ex? di nascosto? cosa? e io? …e ora?
E le risposte si sovrapponevano, si intrecciavano e, manco a dirlo, quelle stronze si reggevano il gioco l’una con l’altra, come vecchie amiche, perfide alleate, a volerlo tormentare, a confermargli che era, ahilui, sulla pista giusta.
Odiava ammetterlo, ma Occhionidolci lo aveva iniziato al mal d’amore… ommiodio, al classico dei classici, alla tragedia amorosa per antonomasia: lei col mio migliore amico. Stronza!
E a poco serviva raccontarsi che in fondo non l’amava così tanto, che il suo miglior amico era un quattrocchi brufoloso e secchione, che a perderci era lei… lui, si sa, domani ne avrebbe trovato un’altra, magari solo un po’ meno bella… senz’altro più onesta.
No, niente dieciragazzeperme, niente lagne alla masinipausinizarrilloecompani… al limite nessunrimpiantonessunrimorso, ok?
E quell’anima danzava, sì, ma con la grazia di chi poga ad un concerto degli Iron Maiden!
“Mi spieghi che succede?” – seleziona numero – invia – invio in corso – annullannullannullaaaaaaa – salvato in non inviati! (pfiù!)
“Mi spieghi che cazzo succede?” – seleziona numero – invia – invio in corso – inviato!

[ L'intero racconto lo trovi qui ]




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. V ] Cervello cromato.

«Mai sentito... sarà un videogame.» - gli rispose Tony, fedele alleato di banco dai tempi delle medie, senza staccare per un solo istante lo sguardo dalla nuova rivista di computer che gli aveva prestato Gino, l'altro quattrocchi come lui - «Ma potresti cercare in rete. C'è tutto.» - si preoccupò di aggiungere con un tono troppo da banner pubblicitario.
«Sì, magari vado a "chilavvisto"!» - ribatté Rino che nemmeno per un attimo aveva sperato che quel "poppante" sapesse qualcosa di un certo Pac2... 2Pac... ora non ricordava nemmeno lui.
«Tony, ti ricordi il tizio pelato con il tatuaggio sul braccio? Be', ieri ci sono stato con Peppe... Vedessi che ambiente...».
«Il pelato? Cosa il braccio? ...Scusa Rino, è arrivata mia madre. Poi mi dici, ok? Oh, chiamami.» - gli rispose il quattrocchi camminando all'indietro e gesticolando verso la mammina che non si staccava da quel cazzo di clacson!
Con l'amaro sorriso di chi sa che al mondo, al loro mondo non frega un cavolo di quello che hai da raccontare, Rino lasciò il cortile del Pascoli alla volta della fermata dei pulmann. Inserì nelle apposite fessure situate ai lati della sua testa gli auricolari, e giù, con il passo felpato di chi ha le pile scariche a vita.
Adenina, citosina, codice genetico e quant'altro il prof di scienze si era sforzato di inculcargli in quegli ultimi cinquanta minuti: come, qualcuno gli spieghi come avrebbero potuto quelle cose, anche per un solo istante, occupare la più remota sezione di quel cervello cromato.


[ L'intero racconto lo trovi qui ]




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31 agosto 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. IV ] La pisciatina.

«Bicchetti... Borgi... Damare... Falosi! Oggi sentiamo Falosi!» - sentenziò la Brachini tra le implorazioni di tutta la quarta bi.
«E tu, Damare, sempre al cesso, vero? Vai, va' va' fanciullo!» - pentita di non averlo chiamato nemmeno oggi.
Giro largo verso l'attaccapanni, tasca interna antisgamo, marlboro rosse da dieci, e via, sgattaiolando di traverso tra gli sguardi di quei poppanti senza vita.
«Only God can judge me». Caspita, come suonavano bene nella testa di Rino quelle cinque parole scritte in rosso con un tratto molto incerto, forse per l'equilibrio precario dell'autore, sullo sciacquone del cesso di destra, quello in fondo per intenderci. Che fosse un libro, un disco o altro, lo avrebbe cercato e scoperto. Doveva assolutamente averlo... magari non ora, ora c'era la pisciatina.

[ L'intero racconto lo trovi qui ]




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30 agosto 2005

UNITI DENTRO. [ Cap. I ] Il tatuaggio

«Male? Sentito dolore?» - sibilò il tizio pelato mentre riponeva i ferri del mestiere sul caotico tavolo ingombro di bozzetti, foto, penne di varia forma e colore, e strani calamai. - «Carino, no? Piccolo, ma... essenziale, ecco».
Ancora intontito, Gennaro dalla sua poltroncina, resa appena comoda dai numerosi rivestimenti che doveva aver subìto nel corso degli anni, annuì mentre cercava di decifrare quegli affascinanti tratteggi che sfuggivano dalla canottiera un tempo bianca del pelato. Era proprio quello che la vecchia Brachini, l’insegnante di latino, avrebbe definito "un brutto ceffo". In quel caso, anche una rompi come la Brachini avrebbe avuto ragione. Il pelato brutto lo era per davvero, compresso com'era nel suo metro e sessanta, con la testa troppo grande per essere quella originale, con la bocca ingombrata al minimo possibile da tre o forse quattro denti tendenti al verde piuttosto che al giallo. Era indubbiamente affascinante, però, per via dei numerosi soggetti tatuati sul minuto torace e sul braccio: una grossa emme stilizzata contornata da strane forme poco distinguibili, una specie di mostro cornuto avvinghiato ad una croce latina, e, scendendo sull'avambraccio, o' mio dio, una croce celtica! Questo è ciò che Gennaro, ormai immerso nella penombra in cui la stanza piombava a quell'ora del pomeriggio, aveva intuito sul braccio destro di Rufus. E' così che si faceva chiamare il tizio pelato che ora gli veniva incontro con in mano uno specchio troppo lustro per intonarsi a quell'arredamento a metà tra lo stile hippies e un campo profughi.
«Con questo lo vedi meglio. Poi, se vuoi facciamo una foto prima di mettere il cerotto» - gli fece Rufus fermando con un paio di libri lo specchio inclinato sul tavolo - «Che ne dici Pe’? Ti piace?» - continuò rivolgendosi stavolta a Pe', Peppe o Giuseppe che chiamarlo si voglia, il “compare” che aveva accompagnato Gennaro nella tana di Rufus.
«E' bello Rufus, vero Genna'?» - tuonò Peppe, troppo entusiasta per sembrare credibile. Rientrando nella sua felpa, Gennaro sbucò dal cappuccio col naso arricciato, non sforzandosi di nascondere la scarsa soddisfazione nemmeno dinanzi all'artista, che si affrettò:
«Dammi un centone, va'» - e continuò - «Ma solo perchè sei compare di Peppe.»
Gennaro lasciò scivolare la mano nella tasca dei suoi vecchi levi's e ne estrasse un malloppo misto d'euro e lire. Sfilò due o tre banconote e le poggiò su quel tavolo incasinato.
«Te lo faccio lo scontrino?» - scherzò il pelato intascando il bottino, percependo di sfuggita il ghigno innaturale di Gennaro che si era già attaccato alla maniglia della porta, intenzionato com'era a lasciare il prima possibile quell'ambiente alchemico dalle pareti tappezzate da decine di foto di donne nude, e di culi e di tette, e di harley, e di braccia e di schiene tatuate.
«Allora ci si vede Rufus» - si congedò Peppe rincorrendo Gennaro giù per le scale fino in strada.
«Genna', la foto! ...Il cerotto!? Oh, ma che c'hai?» - si sforzò di risultare incazzato Peppe afferrandogli un braccio.
«C'ho che so' cavoli miei Pe' ...E poi Rino, RIIIIII-NO...» - allungando forse troppo la prima sillaba a causa del balzo all'indietro che gli permise di evitare di finire sotto la macchina della signorina che continuò a gesticolare e ad urlare insonorizzata fino all'incrocio successivo.
«'Sta stronza!» - accennò Rino con un gesto della mano. Alzando lo sguardo notò che l'omino rosso del semaforo consigliava di aspettare ancora un pò. Decise così che tutto sommato quella non era l'unica strada: meglio proseguire lungo il marciapiedi. Peppe decise di stargli dietro di qualche passo, ad una distanza tale da distinguere ancora la scia del fumo della sigaretta che Rino, come da rito, si era acceso dopo l'attimo di spavento. Già, proprio come quando la Brachini lo graziava preferendo Falosi: lui ostentava quelle due dita fragili che chiedevano una pisciatina.
Lo sgobbone Falosi, l'arcigna Brachini, la tipa stronza che lo stava investendo... questi i personaggi che attraversavano ora, in un pomeriggio novembrino tendente al vespro, la mente del nostro eroe Gennaro Damare, con l'accento sulla seconda a per intenderci. Le quattro circa e una strana nebbia rendevano i suoi passi ancora più lievi, quasi inconsistenti sulle piastrelle un tempo multicolore appena umidicce del porticato in centro. In altre circostanze quel benedetto diciassettenne si sarebbe divertito da pazzi a surfare con le sue adidas di tela lungo i duecento metri del portico col suo amico Tony. Ma ora era lì, sigaretta alla mano, tatuaggio fresco di pacca, a dimostrare a Peppe che lui era uno “massiccio”, uno intrappolato nei propri diciassette anni, costretto nella condizione di liceale, figlio di un servo del sistema globale e di una piccola maestrina d'asilo. Lui, invece, Peppe, cavoli se ne sapeva di storie… Un ventiquattrenne «suonato e suonante», bassista capellone devoto al comandante con la stella sul basco, figlio di doppiaenne e di madre bidella, perennemente in debito con la vita. «Non un soldo/ né un vincolo/ solo rock/ rock e basta!» - cantava malamente Peppe su un giro di basso niente male. Era tutto quanto adesso Rino chiedeva alla vita, a quella sua nuova vita cominciata in quello che era un giorno come tanti, e, come tanti, diverso da tanti.




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Chi sono

Mi chiamo Christian Aletto
e mi occupo di design della comunicazione visiva.

Dal 2002, con lo studio Nerokiaro 
realizzo prodotti per il web e la stampa e sviluppo strategie di comunicazione integrata per enti, istituzioni e aziende;
dal 2006 sono anche art director 
della web agency Dol.

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